15 Agosto 1965
JOHN & ELVIS

di Franco Foschi


Guardo la distesa infinita di Los Angeles, e penso che non atterreremo mai. Forse siamo in un film, uno di quei film di fantascienza psichiatrica, dove nessuno capisce mai cosa succede anche perché non succede niente, ma è come se tutto stesse sempre per succedere da un momento all’altro…
“Vi ricordate quella volta in Europa? Dov’è che stavamo cadendo, con l’aereo?”

“Boh – risponde George – però mi ricordo una paura boia”

“Sai cosa dicesti tu, una volta atterrati, in mezzo al pandemonio generale di ambulanze e camion dei pompieri? Dicesti ‘Prima i Beatles e i bambini!’ Non ho mai capito se facevi lo stupido o eri stupido”.
Guardo Ringo che ride, e mi sembra che il suo bel naso da agricoltore del Surrey si ingrossi ancora di più.

“No, non mi ricordavo. Però, di base, sono stupido”.

Finalmente a terra. Agosto, California, un caldo insopportabile, più un bagno turco che una città. Sudo a rivoli, Paul non stilla nemmeno una goccia, un signore, gli altri due la prima cosa che hanno fatto è accendersi una sigaretta, che non credo sia di solo tabacco. Sono pazzi, io avrei aspettato almeno dopo la dogana.
Fuori c’è una limousine bianca che ci aspetta. Moltissima gente, ragazzi soprattutto, fanno urletti e scalpitano dalla voglia di saltare il cordone di poliziotti. Tutto come a casa, siamo più grandi di Gesù, è naturale…
“Ecco quella è la nostra limousine” dice Brian, anche lui come Paul niente affatto affranto dal caldo.
“Ma ci entriamo, tutti?”

Sì, l’equipaggio si muove solo al completo, i Beatles, Brian, e Mal, la guardia del corpo più compatta del mondo, Neil che si occupa del the e Derek che si occupa della stampa. Derek lo guardo come certe volte so fare, come guarda l’occhio di una pistola.
“Derek, perché ti diamo tutti i soldi che ti diamo?”

Lui forse è imbarazzato ma tutti ridono, e in fondo è quello che volevo.

Partiamo e inizia un secondo film di psichiatria fantascientifica, case e case tutte uguali, isolati che si ripetono identici ad ogni semaforo, ogni angolo a sud un tabaccaio ogni angolo a nord un emporio. Sembra non finire mai.
“Come si chiama il posto dove abiteremo?” chiedo per indolenza.

“Mulholland Drive” risponde Brian. George e Ringo cominciano a giocherellare storpiando la parola mulholland, mi giro e vedo che stanno bevendo dalle, ehm, tazze di the, così ci siamo messi a chiamarle, ma non c’è mica the dentro, solo qualcosa che tira su e rende allegri…
Quando arriviamo ci sono almeno una dozzina di persone di servizio che ci attendono, cortesi forse, ma più curiose di vedere i famosi Beatles che altro. Ho la cintura dei pantaloni slacciata, la limousine era così accogliente che non riuscivo a stare seduto senza aprirli.
“Io la camera la voglio tutta blu” dice George, e poi comincia a ridere come se avesse detto la più gran battuta del mondo.

La casa sembra fatta per Doris Day. A ferro di cavallo, tutta marmi rosa e avorio, mobili rosa e avorio, tende avorio. Specchi ovunque, di ogni forma e misura. La tipica casa che mi fa venire voglia di buttare il cibo per terra, e appiccicare chewing gum agli specchi. Cose che credo farò.
Già nell’atrio si avvicina un americano, si presenta come Caleb, ‘e che cazzo di nome sarebbe’ dice subito Ringo, ma il signore è davvero un signore e glissa, si presenta come il capo della servitù.
“Il signor Brian Epstein? C’è una telefonata per lei”.

“Già al lavoro, Brian?” lo canzona George.

“Posso vedere la mia camera?”

Vengo accontentato subito, entro in questo mostruoso antro rosa, non c’è dubbio, era la camera di Doris Day. Caccio tutti, sono troppo stanco. Mi addormento in otto secondi netti, dopo una rapida occhiata nauseante alle greche leziose vicino al soffitto, alla chaise longue vicino alla finestra, e vorrei vomitare sul copriletto imbottito e rosa. Che cazzo ci fa un’imbottita in California? Rosa? Non ho tempo di rispondermi che dormo.


“John, svegliati! E’ dieci ore che dormi, ti perdi il bello della festa”.

Mi stropiccio gli occhi ma disgraziatamente nulla è cambiato. Rosa e avorio.

“Che festa?” dico, e manco riconosco la mia voce. La mia lingua sembra un rullo scorrevole, ma imballato.

George mi guarda e ride.

“E che festa vuoi che sia, non lo so, è dal primo pomeriggio che c’è un sacco di gente, io ne conosco pochi, ma si beve, si fuma, ci sono le ragazze…”

“Ti raggiungo, vai”

“Attorno alla piscina, OK?”

“Ma non eravamo d’accordo che ‘OK’ era proibito dirlo?”

“OK, non lo dico più, OK”

Faccio di sì con la testa e lo spingo via, mi sembra piuttosto incoerente nel suo guardare, chissà che ha ingurgitato o fumato… In bagno prendo un Tragine, ho bisogno di una bella frustata all’anima, che mi accenda un po’ di globuli rossi.
Curioso un po’ per casa, in ogni angolo c’è qualcuno, alcuni hanno una divisa più o meno azzurra e lavorano, ovunque ci sono ragazzine con miniabiti e gambe perfettamente senza peli, quando passo sorridono e così scambio le loro bocche per vagine, ‘salve salve salve’ dico a tutti, ‘belle gambe, honey, a che ora aprono?’, ‘ciao carezza, ma hai già posato per Playboy?’, con loro ragazzi abbronzati e un po’ fatti che ridono, nessuno ha dei problemi, è così che va il mondo?
Entro in cucina, ci sono due donne al lavoro e un uomo che riconosco. Trovo un grappolo d’uva rossa, è buonissimo.

“Caleb, avete finito i neri, qui in California? Perché non ce n’è nessuno, in questa casa?”

Lui sorride come chi la sa lunga, comincio già a detestarlo più di una guardia reale.

“Mi avevano detto che lei ha sempre voglia di scherzare, signore”.

Gli metto in mano l’avanzo di grappolo, e resisto alla tentazione di sputargli in faccia i semi.

“Talvolta non scherzo, come questa”.

Me ne vado prima che ribatta, che uomo sgradevole, possibilmente vorrei non incontrarlo più.

Giro parecchio prima di trovare la piscina, il che è piuttosto insolito visto che è grande circa tre volte la più grande piscina di Liverpool. Le luci sono basse, c’è una penombra ruffiana, chissà quanti stanno scopando tra i cespugli. L’aria è densa di fumo anche se siamo all’aperto, c’è più erba qui che in tutta la Giamaica. Non riconosco quasi nessuno, ma tutti mi salutano. Dave Crosby salta su da un groviglio indistinto di braccia e mi abbraccia. Che faccia! Sembra il salumiere più ben nutrito di tutta l’America.
“John, vorrei presentarti questa mia amica…”

“Scusa Dave, non ora, sto ancora aspettando che l’amfetamina mi svegli… Dopo, dopo. E’ Jim McGuinn quello?”

“Yes Sir, Mr. Byrds in persona”.

Raggiungo McGuinn proprio mentre decide di addormentarsi, si sdraia sul prato e stacca i contatti. Beh, faremo due chiacchiere più tardi.

“Ah, sei qui” dice prendendomi sotto braccio. Ha questi occhiali azzurrati, ma non riescono a nascondere il vago delirio che lo percorre. Mi parla come se mi conoscesse da sempre, come i drogati insomma, anche se non l’avevo mai visto prima, di persona.
“Ascoltami, ascolta cosa ti dice Peter Fonda: so cosa si prova a essere morti”.

Si guarda attorno come un perseguitato o un paranoico, stringendo il mio braccio a tutta forza. Ecco dunque il fratello di quel tocco di Jane… Qualcuno mi aveva raccontato che una volta si era sparato, accidentalmente sembra, ed ora eccolo che mi mostra la ferita della pallottola, sollevando la maglietta come una entraineuse. Me lo scrollo di dosso, è un fastidio, ma a fatica.
“Scusa amico, ne parliamo più tardi”.

Giro e tutto mi sembra strano: i tavolini astronavi per nani, bicchieri troppo piccoli per la sete, in un angolo un tizio in bianco sperimenta il barbecue perenne, al bar i vetri tintinnano come sonagli instancabili. Ho una percezione speciale quindi, e allora so che devo fare: l’acido. George e io l’abbiamo già preso, una volta. Mi è rimasta l’idea, ma l’idea non è assolutamente paragonabile a quello che succede veramente durante. Voglio saperlo di nuovo, e so che George la pensa come me. Se no perché si sarebbe rifornito, a New York?
Lo becco aggrappato a un albero, in penombra, finché mi accorgo che l’albero è una ragazza. Sento un sottilissimo slap slap, spero si stiano baciando con la lingua, se no non saprei che può essere.
“George…”

“Oh, John, vieni, ti presento… Com’è che ti chiami?”

La ragazza dice qualcosa tipo Viandra, o Fiandra, o Sandra, poi emette un gorgoglio come una gallina in procinto di andarsene, ma forse era un sorriso.

“George non trovi che sia il momento che da un po’ rimandiamo?”

Mi guarda e solleva mezza bocca, la metà sinistra, mezza risata cioè, e questo significa che ci capiamo benissimo.

“Andiamo alla casetta di Mal e Neil, è da quella parte, era la casa dei custodi, vedessi, è tutta uno sfavillio di cazzate, tutta roba arabeggiante alle pareti…”
“E gli altri?”

Mi guarda pensoso ma fa finta, anche lui voleva chiamarli.

“Paul non riusciremo a convincerlo, sai anche tu com’è. E secondo me Ringo è già fatto. Sentissi che dice, l’ho visto mezzora fa che…”

“Eccoli”.

Paul seduto su una poltrona, un drink in mano, è forse l’unica persona in tutta la piscina a non essere abbracciato a un’altra persona, di sesso intercambiabile. Parla con Brian, di chissà che. Comunque è sbagliato, anche Brian non abbraccia nessuno.
“Paul ci vieni con noi a prendere l’acido?” dico senza mezzi termini, come di solito facciamo io e lui. Ce la caviamo solo perché ci parliamo apertamente, ‘sta cazzo di tensione che c’è sempre tra noi, chissà perché.
“No che non ci vengo, non ho bisogno di quella merda”. Bene, siamo nel solco, parlar chiaro.

Fondamentalmente non ce ne frega niente, però un po’ ci dispiace.

“Ci metteremo una vita, a convincerlo” dice George, ma alla fine che importa.

Ringo lo troviamo in mutande sul bordo della piscina. E’ sdraiato, fuma, un paio di ragazze lo cincischiano, ma lui non fa che ridere.

“Ehi drumboy, ci vieni con noi in paradiso?” dice George e gli strizza l’occhio. Sembra più un piazzista di elettrodomestici che uno dei Beatles.

“Miei cari, ma io sono in paradiso! Sto facendo due chiacchiere con le stelle… Mi spiace, non vi ho chiamati, prima… C’erano questi due tizi qua attorno, dicevano ‘gente, dovete provare questa roba’, l’avevano in una bottiglia col contagocce, ne versavano alcune gocce su degli zuccherini e distribuivano in giro… Tra l’altro c’ho il cazzo che mi sembra Gengis Khan… Ma adesso faccio un bagno. Chissà che sapore ha la gelatina rossa con cui hanno riempito la piscina”.
Ridiamo, bene, Ringo per stanotte è andato. Ora tocca a noi.

Poi ripassiamo davanti a Paul, giusto per farlo un po’ incazzare cominciamo una cantilena da asilo, ‘noi prendiamo l’acido e tu no-o’, ci guarda come uno psichiatra guarda due deficienti, mica ha tutti i torti.
“Amico, lo so come ci si sente a essere morti”

“Grazie Peter per l’indicazione, ma sono impegnato, me lo spieghi più tardi”.

“OK, ma guardate cosa so fare” dice. Si butta in piscina e va a fondo, poi si fa tutta la piscina sott’acqua, camminando sul fondo! Quando esce dall’altra parte c’è uno scroscio di applausi. Qualche burlone dice ‘Grande Peter, dai, fallo un’altra volta’, e lui giù e riparte…
Mal se ne sta sdraiato su un divano a leggere un libro.

“Sai dov’è Neil?” gli chiedo.

Alza l’indice e mi indica una porta, dalla quale subito dopo filtra rumore di sciacquone.

“Neil! – urlo – si mangia!”

George mostra tre piccole zollette color arancio, e le dispone sul tavolino davanti a Mal.

“Visto che ora i Beatles si drogano, a chi di voi due tocca la terza?”

Mal si offre di controllare quello che succede, si fa così con l’acido, uno è meglio che resti fuori, perché non si sa mai. L’altra volta, a New York, ci fu il solito fesso che era sicuro di essere capace di volare, bastava che aprisse una finestra e se ne andava, volando certo, ma verso il basso, eh!
Mangiamo e restiamo a parlare per un poco. America, football, tette, musica, fidanzate a Liverpool, di come è finito Elvis… Poi ci sembra che non succeda niente, George è un po’ deluso, ‘fa niente – gli dico – ma la prossima volta cambia spacciatore’. Usciamo, Mal resta, è tranquillo, dice che tanto abbiamo introdotto qualche caloria e basta, e resta in casa, a riprendere il suo libro che tanto l’appassiona.
“Che leggi?” chiedo.

“Storia delle corse al trotto. Magnifico. Non potrò più perdere, ho capito tutto”.

Fuori è la solita baraonda. Qualche attricetta si presenta, menziona film di cui non conoscevo affatto l’esistenza. Dico ‘sì sì’ a tutti, ma cerco un angolo più discreto. Poi George mi raggiunge, con la chitarra. Canticchiamo.
Si siede di nuovo accanto a me, è come se mi puntasse, di nuovo delirio.

“Ehi, Beatle, te lo assicuro, io lo so come ci si sente a essere morti”.

Lo guardo un po’ disarmato, non me lo leverò più di dosso, lo so, e poi sembra più fatto o ubriaco di chiunque altro qua dentro, anzi fuori.

“George, passami la chitarra” dico. Comincio a strimpellare qualcosa, viene bene, passo a una ‘lei’ invece di lui, canticchio, viene fuori bene.

“She said, she said, I know what it’s like to be dead”. (1)

E’ in questo momento che a George si illuminano gli occhi: “Gesù, adesso ricordo!” dice, si alza e si butta in piscina, fa il morto per un po’, a pancia su, guarda il cielo ed è palesemente altrove.
“Scusa Peter, devo proprio andare” dico, lui fa sì-sì con la testa, ma chissà con chi crede di parlare. Fatto sta che non mi segue. Ma non appena mi giro mi viene un colpo al cuore: c’è Don Short a cinque metri da me, quella piattola velenosa di giornalista, lui e la sua merda di giornale Daily Mirror. E se adesso mi si smuove qualcosa, se faccio come George? Quello ci strappa il cuore coi denti, come un sacerdote azteco, se può.
“Neil! – tempista, mi passa accanto proprio adesso – Neil, c’è Don Short, portalo via, se si accorge che siamo fatti è la fine”.

Neil mi guarda e tace, così mi ricordo che anche lui ha preso l’acido… Negli occhi gli passano due o tre arcobaleni, dice ‘mmhhh’ come se dicesse sì ma sembra più un flauto traverso… Però entra in casa con Don sottobraccio, chissà che gli sta sussurrando all’orecchio, e poi li vedo che giocano a biliardo.

Devo essermi appisolato da qualche parte. Ho più sonno di un neonato. Sognavo che tutti e quattro stavamo salendo su un buffo sottomarino giallo, un po’ panciuto, e che il cielo era pieno di fiori. Poi c’era Peter Fonda che mi scuoteva per un braccio e mi diceva ‘so come ci si sente ad essere morti’. Ma questo non è già più il sogno.
George, in accappatoio bianco, mi viene a salvare ed entriamo in casa. In un salotto c’è il solito giro di ragazze intercambiabili, tutte belline, sedute in terra come squaw, e ragazzi dai bicipiti pompati. Ci sediamo davanti a una televisione grande come il lunotto di un’auto, c’è un film, è Cat Ballou. C’è anche Jim McGuinn, finalmente ha un aspetto appena decente, si vede che anche lui è in acido, e Crosby anche. So che si chiama Roger, chissà perché tutti lo chiamano Jim, ci siamo conosciuti a Londra qualche tempo fa, facciamo due chiacchiere come i vecchi amici che non siamo. Secondo me è un genio, però non glielo dico. Lui mi racconta che a marzo i Byrds hanno fatto un concerto assieme a Bob Dylan, bel colpo, ma non posso davvero dirgli che lo invidio.
Il film è una versione da drive in, dove ci sono le voci preregistrate del pubblico, le risate e gli applausi insomma, forse perché si pensa che la gente sia impegnata a fare altre cose, nei drive in, e non abbia tempo per ridere o applaudire… E’ in questo momento che sento come mai l’effetto dell’acido. Anche vedere una scemenza come questa è una cosa bizzarra… E poi odio Lee Marvin , e quell’altro nanerottolo con in testa un cappelletto da giocatore di bocce… E’ la più gran stupidaggine che io abbia mai visto. L’unica cosa carina è Jane Fonda. Ma nello stesso tempo mi accorgo che sono andato fuori, che faccio un salto da qualche parte, che ci fluttuo dentro, che sono leggero. Mangio aria, e l’aria è un cuscino che mi sostiene. Poi d’un tratto, di botto, rientro nel mio corpo. Mi guardo attorno e vedo che a George è successa la stessa cosa. Si viaggia in tandem con l’acido, vai fuori e poi patapam. Rientri. Cosa è successo? Oh, c’è ancora Cat Ballou. Ecco, questo è importante quando due prendono l’acido assieme, le parole diventano ridondanti. Si riesce perfettamente a capire cosa pensa l’altro. Ci si guarda in faccia e ci si capisce.



E’ tre giorni che stiamo qui. Comincio a essere stanco.

“Che ne dici se cacciassimo tutta ‘sta gente? Non riesco nemmeno a sedermi sul cesso che c’è qualcuno che mi guarda. E anche se non c’è nessuno, mi sembra ormai che ci sia qualcuno dentro al cesso, che mi guarda”.
Sì sì, dice Brian, ora li cacciamo, ma mi insegue per tutta la casa con le sue proposte e proposte e proposte.

“Ci sarebbero Dean Martin e Frank Sinatra che vi vogliono incontrare”.

Sbuffo, che mi frega di Frank Sinatra, e Dean Martin poi…

“Che dice Paul?”

Brian sbuffa a sua volta, immagino che certe volte lo deprimiamo. Ho fame dico, a lui cascano le spalle come se gli avessi dato un pugno sulla testa, cadendo dall’alto come un maglio.
“Seee, fame… Poi vai in giro e butti tutto per terra, come al solito”.

Ah sì, faccio cose così creative e neanche me ne accorgo?

“Senti, sono poi sempre in contatto con Hutchins, hai presente?, quello del New Musical Express di Londra. E’ lui che tiene i rapporti col Colonnello Parker…”
Il Colonnello Tom Parker… Chissà perché lo chiamano Colonnello. Ma questo nome che fa subito pensare a Elvis scuote il mio interesse.

“Elvis… Allora, quand’è che ci andiamo? Sai che lui è sempre stato il mio mito, anche se adesso… Se i Beatles sono più famosi di Gesù lui è il Re, in un suo modo hollywoodiano, però è il Re… Non puoi immaginare cosa ho provato la prima volta che ho sentito Heartbreak Hotel: mi si sono letteralmente rizzati i capelli. Te lo ricordi, no?, il pezzo… Io avevo sempre sentito voci americane cantare come Sinatra, e ora c’era questo tizio che strascicava le parole, cantava in modo sincopato, non capivo niente di quello che diceva, e tutto su uno sfondo blues… Anche Little Richard, o Chuck Berry cantavano così, ma Elvis era un’esperienza… Beh, quand’è che andiamo?”
Brian solleva la fronte, le sue perplessità se le scrive in faccia, non ha nemmeno bisogno di dirle.

“Perché dici ‘andiamo’? Secondo me sarebbe più saggio se venisse qua lui. In fondo siete più famosi voi, no?”

La questione sarebbe che noi siamo la montagna, e lui Maometto.

“Non ce lo vedo in funzione di Maometto”.

Brian mi guarda e, come spesso succede, rinuncia a capirmi.

“Che dice Paul?”

“Che palle… perché una volta tanto non glielo chiedi direttamente?”

Sempre la solita storia. Poi ci troviamo in un salotto, e vengono fuori cose che non sapevo. Hutchins avrebbe già confermato per domani.

“Facciamo dopodomani?” dice Mal.

L’unico non interpellato ha fatto una proposta.

“Così ho il tempo per mandare il vestito in lavanderia. Ho solo questo, e non vorrete che io veda Elvis così conciato…”

Ridiamo, si sta bene, noi sempre ridiamo, tutto quello che facciamo e ridiamo, speriamo di non perdere mai questa voglia.

Poi salta fuori che il Colonnello Parker è già un paio di giorni che manda dei souvenir: roba terribile, Brian ci fa vedere una carovana del west grande come due tostapane, che invece è una lampada da tavolo, una chitarra grande come una chitarra vera ma giocattolo, tutte le volte che tocchi una corda parte un pezzo country, delle cinture con fondina borchiate d’oro…
“Allora vuole che ci vediamo” dice Paul.

George strimpella, sembra che non gliene freghi niente, ma io lo so che non è così.

“Beh, siamo in trattative. Dobbiamo decidere chi va a trovare chi”.

Ci guardiamo, in silenzio intendo, Neil sta per dire qualcosa ma poi fa un gesto vago della mano e tace. George, Mister Dolcezza come sempre, parla per tutti.

“Dai, Brian, quando mai tu hai vinto una trattativa? Sei troppo gentleman per vincere. Domani l’altro per me è OK”.

Lo guardo come il drago guardava San Giorgio.

“Voglio dire, per me va bene” si corregge George.

Paul, Ringo, Neil, Mal, tutti fanno sì con la testa e le labbra piegate all’ingiù, a far finta di dire ‘bah, sì, facciamo anche questa’, ma sono tutti su di giri come me, gli stronzi, solo che siamo i Beatles, mica possiamo eccitarci come delle sciacquette californiane qualunque.

Domani mi metto un cappellino da baseball, gli occhiali a specchio, magari dei baffi finti e, mentre tutti stanno qui a cazzeggiare e a farsi, vado al Museo d’Arte Moderna, ho intenzione di provare dei piccoli disegni, voglio vedere come li faceva Picasso.

*

Sulla nostra limousine Cadillac sembra sia entrato il mondo. Fuori dalla villa c’è una quantità di gente… E poi l’incontro doveva essere segreto, e tutti che dicevano ‘i Beatles vanno da Elvis! I Beatles vanno da Elvis!’, flash che scattavano, ma che ci fanno dei flash in un pomeriggio a Los Angeles, c’è più luce che in una centrale elettrica.
Paul è nervoso, anche Brian pensa ai fatti suoi, Mal guida e guida e basta, ma dietro gli altri non fanno che farsi ‘tazze di the’ su tazze di the. Sembra che a loro non importi niente di dove stiamo andando. Anche a Hollywood sembra che non gli freghi niente del fatto che noi stiamo attraversandola con una limousine spaventosa. I tronchi delle palme s’inalberano, i prati restano distesi, le ville da un milione di dollari fanno la loro perenne coda di pavone. Arriviamo alla villa di Elvis e la gente fuori dal cancello è raddoppiata. Se fosse possibile, direi che qualcuno si è trasferito, più veloce di noi, fino a qui.
La casa è immensa, magari è come quella in cui stiamo noi, ma siccome Elvis è big, anche la casa sembra big. Qualcuno dietro dice ‘cazzo, stiamo per incontrare Elvis…’, allora tutti ci sentiamo nervosi, si vede, scendiamo facendo stupidaggini, risatine da deficienti, scherzetti, sembriamo più un cartone animato dei Beatles che i Beatles.
“Eccoli qui, i favolosi!” dice il colonnello Parker, mentre stringe mani a casaccio. Ci fa entrare in una sala stramba, piena di poltrone ruffiane e tavoli da biliardo e flipper. Sembra un night club, ma magari tutte le case dei miliardari americani sono fatte così. Lo seguiamo, ed entriamo in un’altra stanza enorme, rotonda. C’è un televisore grande come un cinema, e tutta la mafia di Memphis, gli amici di Elvis, chissà se lo seguono anche al gabinetto. Non ci sediamo, sono teso come una panca. Brian s’era attardato da qualche parte, appena entra il colonnello dice ‘Una sedia per il signor Epstein!’ e subito quindici sedie vengono portate.
Poi entra il Re. Per un attimo tutto tace. Una zanzara sembrerebbe un rumore assordante. Niente di più di una frazione di secondo, ma quanto basta per sentirsi comunque inadeguati. Lui indossa una camicia rossa, pantaloni scuri, e un giubbotto nero che si toglie subito. Non è facile incontrare una leggenda. Io però lo vedo più come una cattedrale, cioè un’opera umana ma innalzata verso un altrove.
“Beh, sedetevi” dice, e fa un gesto circolare attorno a sé. Io e Paul ci sediamo a destra, Ringo a sinistra, George per terra a gambe incrociate, di fronte a lui. La televisione saturnina sta mandando un film qualsiasi, lui prende in mano una strana scatoletta, la dirige verso la TV e l’audio sparisce. Quella scatoletta comanda il televisore a distanza… Non avevo mai visto una roba simile.
“Dunque, ragazzi, se siete venuti per stare lì a guardarmi beh, io me ne vado a letto”.

Ridiamo, mentre lui fa un gesto a uno dei suoi. Che va a un jukebox, mi sento meglio perché quello ce l’ho anch’io, e mette su della musica, “Mohair Sam”, quanto tempo che non la ascoltavo.

“Bevete qualcosa?” dice, e sembra davvero il più gentile e calmo dei padroni di casa. Tutti facciamo segno di sì, anche se penso che la sete sia l’ultima delle mie e nostre sensazioni, ma forse aiuta a rompere il ghiaccio. George comincia a guardarsi attorno, ‘Ehi, c’è nessuno che ha uno spinello?’, tutti tacciono, sembrano più inclini al whisky. Elvis beve solo acqua e Seven Up.
“Beh, parliamo un po’? Poi magari suoniamo”.

Devo fare qualcosa, l’imbarazzo è assurdo.

Vimercato da robgrassilli - 15 Agosto 1965

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